L'appuntamento
“Perchè ai giovani non piace l'opera? Ho 15 anni e mi sembra di essere l'unica ragazza al mondo che si interessa di lirica! Mi vergogno quasi a dire ai compagni di scuola quale musica amo ascoltare ”. Così scriveva la povera Marinella sul forum “Operaclick”, ma oggi per lei arriva una buona notizia. Dal 28 agosto al 12 settembre, apre l’8ª edizione del Festival Vicenza in Lirica 2021, con la direzione artistica di Andrea Castello, che riserverà una grande attenzione ai giovani artisti, future promesse del palcoscenico.
Felicissima intuizione quella di dedicare le principali produzioni al 250° anniversario del primo dei tre viaggi in Italia di Wolfgang Amadeus Mozart (1770). In quel periodo scrisse Mitridate, re del Ponto e l’oratorio La Betulia Liberata su libretto di Metastasio che saranno così riproposti: La dimenticatissima Betulia andrà in scena presso lo spettacolare Teatro Olimpico di Vicenza, capolavoro del Palladio, del 1580, che è ancor oggi il primo e più antico teatro stabile coperto dell'epoca moderna. Ospiti della kermesse, anche grandi nomi, come il baritono Leo Nucci, il soprano Amarilli Nizza e tanti altri.
Un’iniziativa ambiziosa, coltissima e vitale che dimostra quanti giovani vi siano, oggi, che si accostano al difficile e lungo studio del Belcanto. Di belle voci ce ne sono tante ancora oggi, ciò che manca è una didattica seria e condivisa: negli anni ’30, per insegnare il canto c’era bisogno di una patente da parte dello Stato. Dal dopoguerra in poi, la deregulation di questa disciplina serissima ha distrutto migliaia di voci. Comunque, nihil difficile volenti , e ancor oggi chi è dominato dalla fiamma della Musa, può farcela.
Il rischio è che il germoglio di cultura e arte fiorito a Vicenza resti però isolato, senza il fertile humus della divulgazione e dell’educazione del pubblico operistico di domani.
Ovvero, per quanti diplomati in Canto sfornino i conservatori, la gran parte di loro non troverà lavoro, almeno in Italia, visto che i teatri lirici chiudono, lasciati a se stessi da una politica gretta e miope che li vuole rendere autosufficienti a tutti i costi, ignorando completamente la questione dell’”indotto”.
La ricchezza che producono, come hanno ben capito in Inghilterra col discorso musei, è dovuta all’afflusso di turisti che, in questo caso, oltre a vedere le opere, alloggiano, mangiano, si spostano, fanno compere etc.
A livello di classe dirigente, nessuno ha mai avuto il coraggio (e gli strumenti culturali) per puntare sulla Lirica come risorsa economica nazionale. Ci si è ormai rassegnati al fatto che debba essere una musica “di nicchia”, fruita solo da una ristretta élite di melomani.
Un errore strategico madornale, innanzitutto di natura economica perché ci si trova di fronte a un patrimonio musicale ascoltato ed eseguito senza interruzioni da alcuni secoli, dimostrazione del fatto che si tratta di un “bene di consumo” collaudatissimo, come lo sono le splendide opere d’arte dei nostri musei o i nostri parchi archeologici. Tuttavia, occorre una propedeutica, un’educazione all’ascolto per questo miracolo assoluto dell’ingegno e del corpo umano affinché possa diventare di largo consumo. E questo non si fa.
L’Italia potrebbe comunque essere il teatro d’opera del mondo, attirando turisti di elevato livello culturale (e censo, che non guasta) da tutto il globo, invece di riempire le nostre città d’arte di giovani alcolizzati stranieri che fanno il “ pub crowl”.
Ma se i nostri politici non arrivano a comprendere il dato economico, figuriamoci se possono cogliere il potenziale educativo che l’ascolto dell’opera produce nelle giovani generazioni: grandi sentimenti ed emozioni, drammi catartici, eroismo, opere buffe pulite e divertenti, valori umani immortali espressi in musica, poesia e canto.
Anche perché, poi, l’alternativa qual è? I trapper che scrivono: “E hi, claro che non me ne fotte un cazzo di niente, sto in fissa soltanto con pussy e firme”. E allora non ci si può lamentare del vuoto valoriale delle giovani generazioni.