Per la prima volta percorso l'intero crinale
Kenya: la nostra spedizione sulla Black Mountain. Nella giungla, tra bufali e leopardi
10 dic 2021
“Non salite su quella montagna: può succedere di tutto!” ci aveva avvertito nel suo inglese gutturale la guida del villaggio di Namanga , in Kenya.
Ma l’obiettivo della nostra spedizione sulla Black Mountain , massiccio di 2554 m di fronte al Kilimangiaro , era stato già deciso e pianificato da mesi: percorrere per la prima volta la montagna da Nord a Sud, passando per quella vetta che, nel 1928, era stata raggiunta dall’esploratrice Vivienne de Watteville, figlia di un naturalista che studiava i leoni così da vicino che finì divorato.
Nessuno, prima d’ora, aveva mai documentato l’intero crinale di 50 km, privo di qualsiasi sentiero: ci voleva la lucida temerarietà degli istruttori di sopravvivenza Daniele Dal Canto, Antonio Gebbia, Daniele Manno, Fabrizio Nannini per guidare un gruppo di sei survivalisti - compreso lo scrivente - già testati da spedizioni in Africa e sull’Himalaya.
Problema chiave: l’autonomia d’acqua. Con alcuni litri nello zaino, l’equipaggiamento individuale raggiunge il peso di 23/25 kg trasformando gli spallacci in corde di pianoforte. Il 23 novembre si parte con 40° dall’arida savana boscosa detta “Bush”. Presto compaiono, inquietanti e numerose, le tracce dei leopardi che popolano quella montagna come i gatti il Colosseo, ma preoccupa di più l’arsura che mette subito alla prova il razionamento delle borracce. Per fortuna, col salire dell’altitudine, cala la temperatura e inizia la giungla di montagna, dove bisogna osservare attentamente anche i rami coperti di muschio sui quali si appostano i felini. In teoria, potrebbero trasportare sull’albero un uomo di oltre 100 kg, per poi mangiarlo in comode rate, ma non succede così spesso. Il maggior timore viene, invece, dai bufali selvaggi : insieme agli ippopotami, sonoi bestioni africani che mietono più vittime. Estremamente territoriali, soprattutto i maschi non si placano finché non spianano ogni intruso. Eppure, solo grazie a questi bovidi, pesanti fino a 900 kg, possiamo trovare qualche percorso appena segnato nell’inferno verde: le loro tracce aprono dei mezzi varchi in un groviglio di arbusti spinosi che prosegue per km. E’ estenuante passare fra le ramaglie con gli zaini pesantissimi, falciando i rovi con i machete Extrema Ratio; la velocità media è di 700 m/h e questo ci costringe a marce forzate anche di 11 ore al giorno , senza soste, se non per mangiare una barretta. Le pendenze sono spesso del 60% e costringono a usare anche le mani per appoggiarsi o aggrapparsi agli alberi.
L’acqua scarseggia, ma per fortuna un breve acquazzone ci porta a raccogliere, coi teli, un prezioso mezzo litro di pioggia, fresca e dolce come un nettare. Alle 5 si prepara il bivacco, si tendono le amache coi teli impermeabili, si accende il fuoco e si circonda il perimetro con fili di avvisatori acustici. Su lunghi bastoni vengono innestati coltelli a punta di lancia e ci si alterna nei turni di guardia notturna. Oltre quel filo di nylon, nel buio frugato dalle torce, brillano occhi felini preoccupantemente distanti fra loro; urla il babbuino verde oliva , mentre i nostri compagni dormono raggomitolati nei sacchi a pelo che, a stento, difendono dalla pazzesca escursione termica, fra i 45°e i 13°.
Dopo tre giorni di marcia sul crinale, con gli occhi già pieni di panorami mozzafiato e precipizi, scopriamo una grotta piena di ossa di ungulati , tra cui spicca un enorme teschio di bufalo. E’ una tana di leopardo, evidentemente, ma nonostante il lugubre scenario, siamo alle stelle: il terreno è fangoso e, scavando, raccogliamo acqua che, microfiltrata con le borracce Water to go, ci solleva finalmente dalla principale angoscia.
Giunti finalmente sulla vetta brulla, da una macchia esce improvvisamente un enorme bufalo, che, per fortuna, si defila. Esausti, tiriamo fori dallo zaino il Tricolore , cantiamo Fratelli d’Italia , qualche foto, un sorso di Cognac, ma la festa dura poco: c’è ancora un’enormità di strada da percorrere e le scorte sono al limite. All’orizzonte, in savana, si profila una spaventosa tempesta di sabbia, ma appena iniziata la discesa, sulle nostre teste scoppia un tremendo temporale, con grandine. Zuppi, nonostante i poncho , ci rifugiamo nella macchia per allestire il bivacco: l’attività è febbrile, tutti spaccano e scortecciano la legna fradicia per accendere un indispensabile falò. Le lame scivolano e un compagno di spedizione si apre una mano col machete : sotto un telo, il paramedico Manno lo ricuce a perfezione e il lavoro riprende. Ci si spoglia per asciugare al fuoco i vestiti tecnici della S.O.D., in prospettiva di una nottata umida e fredda. Il giorno dopo, la strada da percorrere è doppia. Troviamo un Dik Dik, una piccola gazzella, appena uccisa da un leopardo il cui ruggito echeggia non lontano, facendoci gelare il sangue.
Una valle dopo l’altra, con pendenze spacca-gambe, si arriva al valico d’uscita, ma, la visuale dall’alto è desolante: restano km e km di savana ancora da percorrere prima di giungere alla strada. Se non bastasse, torna la pioggia : la terra rossa diventa un fango vischioso, che fa scivolare per metri, mentre ci si infila nei cunicoli spinosi. Le gambe sono a pezzi, le braccia scorticate dai rovi, le forze al lumicino, ma dopo diverse ore si raggiunge la pianura e smette di piovere. Bisogna adesso stare attenti alle formiche : non pochi di noi vengono assaliti dagli insetti che salgono su per le gambe mordendo con furia. Ci si cala i pantaloni per cercare le maledette intruse, non senza momenti di ilarità. Ma, via via, il Bush si dirada, appaiono le prime vacchette smagrite governate dai pastori Masai, apparizioni irreali avvolte nelle caratteristiche coperte rosse quadrettate.
Poi, incontriamo dei bambini in uniforme scolastica che tornano nelle loro capanne di bandone: guardano incuriositi quei bianchi laceri e sporchi che si abbracciano crollando in terra esausti.
In quattro giorni, l’impresa è compiuta : la dedichiamo ai nostri militari prigionieri degli inglesi che, alle pendici della Black Mountain, furono obbligati a costruire ponti, oggi diroccati.
Il perché di questa massacrante avventura? Esplorare un angolo di mondo esterno e uno di mondo interiore, secondo il proverbio africano: ** “Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato”.**
Partecipanti alla spedizione:
Daniele dal Canto, Daniele Manno, Antonio Gebbia, Fabrizio Nannini, Elsa Di Gregorio, Marco Naldini, Leonardo Bozolo, Marco Alfieri, Simone Bertossi, Andrea Cionci.
Sponsor:
Extrema Ratio, S.O.D. gear, Water to go, Blacksquirel, Olight Italia, Calzaturificio caltavuturese, Silky Europe